May
4
2011
daniele

Il 6 aprile 2011 è (finalmente?) uscito Gnome 3: l’idea di desktop è stata in buona parte rivoluzionata; devo dire che tuttavia sul netbook non è così male la nuova impostazione.

La prima impressione che ho avuto con Gnome 3 è stata l’impossibilità di accedere a molte impostazioni per personalizzare almeno un poco il comportamento del desktop: infatti il pannello di controllo, almeno attualmente, molto limitante nella configurazione.
Tuttavia esistono due tool, a mio dire indispensabili, che permetto di aggirare parzialmente questo limite.
Essi sono:
gnome-tweak-tool

E’ una gui molto semplice per abilitare e/o modificare alcuni comportamenti e caratteristiche di base.
dconf-editor

Sostituisce il vecchio gconf-editor e permette una gestione più completa e raffinata delle impostazioni.
Per installarli, su Fedora 15 (beta), è sufficiente usare yum
yum install -y dconf-editor gnome-tweak-tool
Personalmente ho fatto le seguenti modifiche
- Attivata la data a fianco dell’orologio
- Attivato il pulsante di minimizzazione delle finestre
- Attivato il pulsante “power-off” nel menu utente (tramite il pacchetto gnome-shell-extensions-alternative-status-menu)
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Apr
26
2011
daniele
L’HP MicroServer offre un totale di 4 bay da 3.5″ per hardisk LFF e 1 bay per unità da 5.25″ (unità ottiche o a nastro). Normalmente solo un cassettino degli HDD è popolato, gli altri tre sono vuoti.
Qual’ora si volesse aggiungere ulteriori dischi HP fornisce tutti gli strumenti e i materiali necessari al montaggio. Dietro allo sportellino frontale infatti si trovano due set di viti (per 3.5″ e per 5.25″) e la brugola adatta all’utilizzo con le viti fornite (serve anche per poter smontare la mainboard ndr.).
Dal manuale:

Il post è dedicato a Michele
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Apr
26
2011
daniele
Attenzione! Per Fedora 15 sono necessari almeno 1GB di RAM per poter effettuare l’installazione.
Provando ad installare un webserver “minimo” su KVM, per testare le novità dell’ultima release, mi sono scontrato con un kernel panic in fase di boot dell’installer: il problema è che, almeno per la versione x86_64 soggetto del test, 512MB di RAM non sono sufficienti per scompattare l’initrd.img dell’installer poiché ora comprende anche l’immagine dell’installer install.img.
E’ necessario quindi, almeno per la fase di installazione, riservare alla VM almeno 1GB di RAM. Al termine dell’installazione è possibile tornare alla configurazione precedente.
Un’altra soluzione è definire la VM nel seguente modo
<memory>1048576</memory>
<currentMemory>524288</currentMemory>
Definendo quindi 512MB di RAM che in caso di necessità, su richiesta del guest possono essere estesi a 1024MB.
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Apr
24
2011
daniele
Oramai è prassi diffusa l’utilizzo di un front controller nelle applicazioni web. Per implementarlo correttamente è necessario che il web server effettui delle rewrite dell’URL.
Se si utilizza Apache non è un grosso problema poiché quasi tutti i software che richiedono l’esecuzione di una o più rewrite contengono il file .htaccess pronto all’uso.
Per nginx c’è l’utilissima funzione try_files
try_files $uri $uri/ /index.php?url=$uri;
Per lighttpd? E’ possibile implementare anche in lighttpd una funzione simile alla try_files di nginx tramite una rewrite
url.rewrite-once = ( "^/(.*)\.(.*)" => "$0", "^/([^.]+)$" => "/index.php?url=$1" )
Questa regola, alla pari di try_files, verifica che la risorsa richiesta esista: nel caso di esito positivo non avviene la rewrite, mentre se non esiste l’uri viene passata al front controller.
Per poterla utilizzare il modulo mod_rewrite deve essere caricato
server.modules += ( "mod_rewrite" )
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Apr
19
2011
daniele
L’HP Mini 110-3100 monta un lettore di schede SD costruito da Realtek. Esso viene visto in linux come
01:00.1 Class ff00: Realtek Semiconductor Co., Ltd. Device 5288 (rev 01)
tuttavia allo stato attuale non è ancora disponibile, all’interno del kernel Linux, il driver che ne possa garantire il funzionamento.
Realtek fornisce sul proprio sito i sorgenti (GPL) per poter compilare il modulo e utilizzare così il reader. Tali driver sono in stato di “staging” per l’inclusione (essendo appunto GPL) direttamente upstream nel kernel ufficiale. L’inclusione è in corso e non è immediata, gli sviluppatori stanno integrando il codice del modulo riscrivendone alcune parti; infatti il driver Realtek, pur funzionando alla perfezione, è molto esoso di interrupt, causando tra le altre un uso di energia superiore: la cosa, non trascurabile su di un net/notebook è facilmente evidenziabile grazie all’ottimo tool Intel powertop.
Per compilare il modulo è necessario scaricare i sorgenti dal sito Realtek (sono 77kb) e disporre di gcc, degli header e dei sorgenti del kernel; con Fedora è sufficiente eseguire
yum install -y gcc kernel-headers kernel-devel
quindi scompattare il tar bz2
tar xjvf rts_pstor.tar.bz2
ed infine compilare ed installare il modulo
cd rts_pstor
make
make install
depmod
Al successivo riavvio il modulo sarà caricato automaticamente e il lettore SD funzionerà senza problemi.
Se si volesse disattivare il caricamento automatico è sufficiente creare il file /etc/modprobe.d/blacklist-rts.conf inserendo la riga
In questo modo, qualora si volesse utilizzare il lettore, si dovrà prima eseguire da terminale il comando
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Apr
10
2011
daniele
Per installare Firefox 4 su Fedora 14 utilizzando i pacchetti RPM è sufficiente aggiungere il seguente repository:
[fedora-firefox4]
name=Firefox 4 Web Browser
baseurl=http://repos.fedorapeople.org/repos/spot/firefox4/fedora-$releasever/$basearch/
enabled=1
gpgcheck=0
salvandolo in un file .repo in /etc/yum.repos.d/ (es. fedora-firefox4.repo).
A questo punto sarà sufficiente un
L’installazione avverrà parallelamente a Firefox 3. Per rimuove Firefox 3.6 eseguire il comando
yum erase --remove-leaves firefox
Il flag –remove-leaves funziona solo se si ha installato il plugin per yum remove-with-leaves che consiglio:
yum install yum-plugin-remove-with-leaves
Yum plugin to remove dependencies which are no longer used because of a removal
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Apr
7
2011
daniele
A volte può capitare la necessità di effettuare tunneling verso un altra rete, vuoi per la necessità di accedere alla rete stessa, vuoi per poter fare da ponte e utilizzare un altro gateway verso il web.
Il primo caso può essere utile ad esempio per accedere a un host in una rete locale non raggiungibile attraverso il NAT, che è quello che a me spesso capita.
Le soluzioni più eleganti e raffinate prevedono l’utilizzo di VPN, ma c’è una soluzione ancora più semplice. Avendo una macchina all’interno della rete a cui ci si vuole collegare ed avendo installato SSH raggiungibile dall’esterno è possibile utilizzare il tunneling (criptato) tramite il forwarding SOCKS5 con un semplice comando:
ssh -C2qTnN -D 8080 username@remotehost
Questo comando va eseguito sulla macchina locale (deve anche qui essere installato SSH). Per Windows è possibile utilizzare putty. Esso creerà una connessione SSH verso remotehost senza shell e rimarrà in ascolto sulla porta locale 8080. Si presume che la porta remota sia la 22, se così non fosse è possibile specificare con il flag -p la porta di SSH sull’host remoto.
E’ possibile attivare il farwarding e una shell remota contemporaneamente; per farlo vanno tolti i flag -T -n e -N.
Ora che il tunnel è creato è possibile attivare l’accesso ad esso: per i browser è sufficiente andare nella configurazione proxy ed attivare il proxy attraverso SOCKS5: i parametri saranno localhost come host e 8080 la porta (o quella definita dal parametro -D). Inserendo un indirizzo della rete locale a cui si è connessi in tunnel sarà possibile accedere ad esso.
Per le applicazioni che non supportano SOCKS, o per cui non esiste una gui apposita di configurazione, esiste in Linux un comodissimo wrapper: tsocks.
Per prima cosa bisogna provvedere ad installarlo: su Fedora è sufficiente un
per poi creare il file di configurazione /etc/tsocks.conf così impostato
server = localhost
server_port = 8080
server_type = 5
local = 127.0.0.0/255.0.0.0
infine per l’utilizzo sarà sufficiente dare da shell il comando
(è possibile anche creare una nuova shell con attivo di default il wrapper eseguendo il solo comando tsocks).
Per verificare se è attivo il wrapping delle connessioni il comando
deve restituire
declare -x LD_PRELOAD="libtsocks.so"
Per terminare il forwarding sarà sufficiente chiudere il processo ssh (con ctrl-c nel caso non sia stato allocato un tty).
Riferimenti
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Apr
5
2011
daniele
Ecco il primo, breve, tutorial per la creazione di un array mirroring RAID.
Per prima cosa occorre preparare le partizioni che andranno in mirroring su ogni unità; non è indispensabile che i dischi coinvolti siano identici, ma è consigliato.
Per creare le partizioni è possibile utilizzare svariati tool quali fdisk, cfdisk e parted/gparted nel caso si stia creando un partizionamento MBR oppure gdisk e parted/gparted per il più evoluto partizionamento GPT.
Le partizioni vanno create della stessa dimensione (blocchi) per gli n dischi coinvolti.
Il tipo di partizione è 0xfd per l’MBR o fd00 per GPT.
A questo punto è possibile cominciare la vera è propria creazione del RAID mediante mdadm.
Per prima cosa assicurarsi che il superblocco che contiene le informazioni del RAID software sia vuoto (capita spesso con dischi già utilizzati in catene md che tale blocco contenga ancora informazioni vecchie).
Supponiamo che le partizioni da cui creare il RAID siano sdb1 e sdc1:
mdadm --zero-superblock /dev/sdb1
mdadm --zero-superblock /dev/sdc1
Per creare la catena è sufficiente lanciare il comando
mdadm --create --verbose --assume-clean --level=1 --raid-devices=2 /dev/md0 /dev/sdb1 /dev/sdc1
In dettaglio:
- –create è autoesplicativo
- –verbose aumenta il dettaglio in output dal comando
- –assume-clean è importante, perché evita che l’array venga ricostruito e quindi fatto il resync. Su partizioni di grandi dimensioni può metterci molto tempo. E’ da utilizzare solo per la creazione di nuovi array vuoti
- –level=1 specifica che si tratta di un mirroring e quindi un RAID di tipo 1
- –raid-devices=2 numero dei devices da aggiungere all’array
- /dev/md0 è il nome del device che punterà al nuovo array
- /dev/sdb1 e /dev/sdc1 sono le partizioni che andranno a formare l’array
Al termine del comando l’array sarà attivo e pronto all’utilizzo.
# cat /proc/mdstat
Personalities : [raid1]
md0 : active raid1 sdc1[1] sdb1[0]
335543160 blocks super 1.2 [2/2] [UU]
unused devices: <none>
Ancora un paio di note: per prima cosa conviene attivare il supporto bitmap per poter ricostruire l’array più velocemente
mdadm --grow --bitmap=internal /dev/md0
Personalities : [raid1]
md0 : active raid1 sdc1[1] sdb1[0]
335543160 blocks super 1.2 [2/2] [UU]
bitmap: 1/3 pages [4KB], 65536KB chunk
unused devices: <none>
Il comando
mdadm -Es >> /dev/mdadm.conf
è consigliato, ma tuttavia non necessario nel caso che il file /etc/mdadm.conf contenga già la riga
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Mar
29
2011
daniele
Ho da qualche giorno acquistato due Western Digital Caviar Green da 2TB (modello EARS) da montare in un MicroServer (non mio, io ho due Seagate Barracuda LP).
Ho subito notato che non è possibile tramite hdparm gestire l’APM (advanced power management) e che il disco effettua spessissimo il parcheggio delle testine.
Il controllo con smartctl ha subito evidenziato un notevole aumento del valore load_cycle_count. Se il contatore raggiunge valori molto alti viene meno l’affidabilità del disco (sono garantiti 300.000 cicli, ma meno sono e meglio è).
Cercando con google ho scoperto che tali dischi hanno impostato a livello di firmware un timeout per il parcheggio di soli 8 secondi! Non mi è stato possibile effettuare l’override delle impostazioni con hdparm: se il parametro -B255 da errore (vedi sopra) il parametro -S240 (che imposta il timeout a 20 minuti) non sortisce effetti.
Ho scoperto che anche l’unità dell’HP Mini (sempre un WD, ma un Scorpio Blu) è soggetta allo stesso problema (qui addirittura ogni 4 secondi!): in questo caso mi ero accorto del comportamento troppo aggressivo del firmware, ma ero riuscito ad arginare il problema disabilitando l’APM con
Sempre grazie a google ho trovato la soluzione definitiva sia per i Green che per lo Scorpio: si tratta dell’utility WDidle 3.1 che ufficialmente è per altri modelli sempre WD, ma che almeno con i miei esemplari funziona a meraviglia. Continue reading
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Mar
29
2011
daniele
Con mia piacevole sorpresa ho scoperto che l’HP MicroServer, pur non avendo EFI, supporta il boot da dischi partizionati con struttura GPT invece che MBR. Con Fedora 14 è stato sufficiente preparare i dischi formattati con gdisk; anaconda, l’installer, li riconosce correttamente; è quindi possibile utilizzare il disco.
I vantaggi di GPT sono molti, a partire dall’assenza di problemi di allineamento (soprattutto con dischi a settori di 4k) passando per il supporto a più di 4 partizioni primarie.
Riferimenti
https://wiki.archlinux.org/index.php/Advanced_Format
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